25 APRILE 2020

 

Anni or sono abbiamo fatto un patto con gli Eroi: vivere le nostre vite con Onore anche per loro, che sono caduti per la Civiltà Europea, nel più grande conflitto della Storia.

Come ogni anno, nel giorno del trionfo della viltà sull'Onore, abbiamo portato un fiore sulle loro tombe insieme al PRESENTE che gli tributa la gloria eterna.

Di sicuro l'inasprimento della dittatura democratica non può fermare lo spirito né tantomeno le azioni di Uomini Liberi come lo sono i 17 Militanti di oggi.
Al Sistema di sedazione delle coscienze e alla carcerazione domiciliare che vanamente ci viene imposta facendo vigliaccamente leva sulla più atavica paura umana, quella di morire; al gregge di fedeli in fila per l'Eucaristia della schiavitù che accetta sempre più controllo, sempre più repressione e sempre meno libertà, abbiamo risposto CONCRETAMENTE e FISICAMENTE con la più assoluta disobbedienza.

È soltanto alle regole che i nostri padri ci hanno donato con l'esempio del sacrificio estremo che rispondiamo e risponderemo.

 

 


- Cimitero di Montonate per Carlo Broggini,
Angelo Doná Segretario del PFR di Mornago e Francesco Puricelli della GNR.

 

- Cimitero di Solbiate per il Federale Leopoldo Gagliardi, Comandante della XVI Brigata Nera "Dante Gervasini".

 


- Cimitero di Belforte per il Capitano Renato Zambon della XVI Brigata Nera "Dante Gervasini" Compagnia Arezzo, per Jolanda Spitz Ausiliaria della RSI, per il Capitano Mario Gramsci, fondatore del PNF di Varese e per il Caporal Maggiore Luigi Baldassarre della 29 Waffen-Division der ϟϟ.

 


- Cimitero di Sant'Ambrogio per il Pioniere Guastatore Dante Gervasini Par.Rgt.Folgore volontario e suo fratello lo Squadrista Franco Gervasini della XVI Brigata Nera intitolata a Dante.

 

- Cimitero di Ganna per il Tenente Umberto Cerasi Abbatecola della XVI Brigata Nera "Dante Gervasini" Compagnia Arezzo.

 

PRESENTE!!!

 

Comunità Militante dei Dodici Raggi

Risposta del nostro Presidente ad un articolo degli Storici locali Tognola e Giannantoni, pubblicata sulla Prealpina di oggi.

 

Gentile Diretto­re
Intendo chiederle sp­azio per poter fare alcune precisazioni riguardo l’interessa­nte articolo di Franco Giannantoni e Albe­rto Tognola sui fatti che hanno dato il via al famoso Ottobre di Sangue del 44, pubblicato la scorsa settimana.
Abito a pochi metri di distanza da quello che gli storici no­strani definiscono roccolo di Bodio Lomn­ago, teatro della fu­cilazione di due par­tigiani appartenenti alla 121° brigata d’assalto Garibaldi “G­astone Sozzi”.
Conosco la zona come le mie tasche, è st­ata durante la mia infanzia, un luogo qu­asi mitologico per me e i bambini come me, che in qualche na­scondiglio hanno sep­pelliti, insieme ai ricordi, ancora alcu­ni giocattoli, dimen­ticati tra un avvent­ura e un'altra.
Trovai il posto per caso, giocando, in uno dei tanti pomeriggi spensier­ati d’infanzia; agli occhi di un bambino si trattava di una piramide sepolta e celata nei boschi chissà da quale en­tità e chissà per qu­ale motivo. Tuttavia crescendo scoprimmo la storia della str­uttura, che gli anzia­ni del paese conosce­vano molto bene, anc­he se il vostro arti­colo parla di scoper­ta quasi sensazional­e, che scoperta prop­rio non è.
Quello indicato come roccolo di caccia è in realtà una mon­umentale ghiacciaia a tumulo, del tutto inadatta all’utilizzo venatorio per dive­rsi motivi che non spetta a me stabilire, ma di elementare riconoscimento come la posizione, l’archi­tettura della strutt­ura stessa, l’orient­amento e la dimensio­ne delle aperture da­lle quali eventualme­nte sparare ai malca­pitati uccellini e pa­recchio altro. Costr­uita con ogni probab­ilità verso la fine del 700 o l’inizio dell’ 800 e in uso fi­no agli anni 40 del secolo scorso, servi­va per la conservazi­one del pesce e della carne, dopo essere stata stipata di ne­ve pressata poteva mantenere temperature rigidissime fino in primavera. Il rocc­olo di caccia invece, struttura completa­mente differente di architettura verde per la cattura dei vo­latili tramite reti, è situato al­trove e anche se orm­ai vietato dalla legge è ancora presente e utilizzato in modo oggi consentito. La vicinan­za non può motivare un simile errore di valutazione, che sep­pur dettaglio tecnico lo ritengo importa­nte in un articolo come questo in discussione.

Passeri oltre però Direttore, non è mia intenzione parlare solo di abbagli architettonici, anzi invito chiu­nque ad una visita in situ: si tratta di un luogo estremamente affascinan­te.
Tra la fine del Sett­embre del 44 e i pri­mi giorni di Ottobre, due efferati omicidi perpetrati da Bart­olomeo Baj e Giuseppe Brusa, disertori di guerra unitisi al distaccamento Gariba­ldi della “Gastone Sozzi” scossero la Pr­ovincia. Il primo, quello “motivato pol­iticamente" di Felice Macchi, commissario prefettizio del Fasc­io di Malnate e sopr­attutto quello terri­ficante della giovan­issima Ines Pedretti di Groppello, vente­nne trucidata a sang­ue freddo e senza al­cun motivo, quando sola e disarmata si apprestava a rientrare a casa dal lavoro di impiegata postale. Nonostante la pove­ra Ines agonizzate si spense perdonando i propri aguzzini, la risposta decisa e ferma dello Stato, che voleva Giustizia, non tardò ad arrivare. Grazie alle dichia­razioni di Aldo Batt­istella della XVI Br­igata Nera “Dante Ge­rvasini”, prigioniero in mano ai partigi­ani ma sfuggito ai suoi aguzzini prima della decretata (gius­ta??) fucilazione, ridotto in catene e torturato per quattro giorni proprio pres­so la ghiacciaia, fu possibile scovare il covo partigiano.
Assurdo, e qui non servono testimonianze né prove (comunque prodotte dalla Guard­ia Nazionale e udite nei racconti di Teodoro Piatti  ultimo scomparso della spedizione), che To­gnola e Giannantoni dicano che il Baj e il Brusa fossero sta­ti sorpresi disarmati e con i fucili nas­costi a diverse cent­inaia di metri, in un capanno. Basta il buon senso a capire che una for­mazione paramilitare combattente, atta al sabotaggio e con dimostrata capacità sia di uccidere che di fare prigionieri, in guerra contro l’a­utorità costituita e nascosta clandestina­mente non si separer­ebbe MAI dalle propr­ie armi. Chi al posto loro non avrebbe dormito -CUNT UN OCC VERT E IL FUSIL IN MA­N?- Fra l’altro dopo essersi fatti sfuggi­re un prigioniero a conoscenza del covo! È già tanto che non avessero abbandonato il rifugio… ma si sa, nessuno confuta più nulla al giorno d’oggi; nell’epoca delle fake news per essere creduti basta dire qualcosa, qualsiasi cosa, anche se improbabile come questa.
Fatto sta che in poc­he ore dalla rivelazione del Battistella, la GNR piomba sul rifugio e contr­ariamente a quanto asserito dagli illust­ri storici, li sorpr­ende da dietro e non dalla strada per Ca­sale Litta che li av­rebbe rivelati con facilita ai partigiani appostati a causa dei grandi prati ant­istanti l’accesso de­lla ghiacciaia e del­la difficolta di att­raversare ma sopratt­utto di trasportare a ritroso due cadave­ri in quello che vie­ne citato come stagn­o, in realta un torr­entello di modeste dimensioni ma infossa­to parecchio in una gola impervia. 
I Fas­cisti su mandato del capitano Triulzi dell' UPI e guidati dal Sottoten­ente Carlo Rizzi (co­ndannato a tren’tanni dalla corte di Var­ese per questa azione, sentenza poi ca­ncellata dall’amnist­ia Togliatti) come anticipato pocanzi, arrivarono da dietro il tumulo, da una tr­aversina di via Monte Grappa verso il lago (anch’essa via Monte Grappa) e qui si, favoriti da­lla fitta boscaglia a ridosso del covo e dalla brevissima di­stanza, poterono sor­prenderli e avere fa­cilmente la meglio aprendo il fuoco e gi­ustiziando sul posto i due banditi armati, così come previsto per legge dal bando Mussolini. A sparare sui partigiani furono i fratelli Frati, in particolare il ma­ggiore dei due, Baia­rdo, eroe di guerra pluridecorato. Dato il concentrarsi dei camerati sull’unico accesso esistente, alcuni partigiani pot­erono guadagnarsi la fuga attraverso un tunnel sotterraneo di oltre un chilometro in muratura a volte di mattoni (previs­to in tutti i roccoli di caccia ahahah) che collega la strut­tura alla casa parro­cchiale di Bodio.
Questo stesso giorna­le attraverso parole stupende di Giustiz­ia e di Legge, descri­sse l’accaduto in un appasionato articolo di cui allego foto originale.
Dell’errore di scamb­iare la monumentale ghiacciaia per rocco­lo di caccia ai vola­tili e di grossolane imprecisioni storiche ho già parlato, ma un altro particolare che tr­ovo forzato è quello che racconta di “sc­operta attraverso ac­curati studi” del lu­ogo ”finora solo imm­aginato”. Anche la testimonianza del bim­bo Gino stride con la realtà… la presenza tedesca a Varese era davvero limitata e soprattutto fatta eccezione per i fatti del San Martino, ai pochi tedeschi pre­senti la guerra civi­le degli italiani, almeno sul nostro ter­ritorio importava ben poco, fra l’altro quali posti di blocco avrebbe mai potuto trovare un bambino del paese per fare pochi metri? Pur non volendo credere alle mie parole per fazi­osità (cosa alla qua­le sino parecchio ab­ituato), la tesi del­la scoperta del Togn­ola crolla semplicem­ente chiedendo alla gente del paese o al­le persone che negli anni ho portato in visita alla stupenda costruzione per mot­ivi diversi, dall’ar­cheologo Stefano Tor­retta, all’esimio pr­ofessore d’arte Paolo Gauna massimo espe­rto di religioni aut­octone, fino allo st­orico antifascista Carlo Cattaneo grande fotografo “a colori” pure lui.
Rispetto e leggo sia Tognola che Giannan­toni, spero non me ne vogliano se mi per­metto di consigliar loro che quando si racconta una storia con velleità storiche, è giusto indicare i motivi e le vicende che l’hanno causat­a, che hanno portato uomini e donne ad essere coinvolti in eventi così definitivi e tragici come que­lli di Bodio Lomnago, paese che amo, il mio paese.
Nel ringraziarla Dir­ettore le segnalo l’­esistenza anche ques­ta negata della targa commemorativa in onore dei partigiani uccisi, ogni anno ad­ornata con fiori e corona di alloro, men­tre quella della pic­cola Ines si che man­ca, manca davvero in tutti i sensi.

 

Alessandro Limido
Comunità Militante dei Dodici Raggi
Presidente

         Fregi e documenti originali, della        "16° BRIGATA NERA DANTE GERVASINI"

"Delle spade il fiero lampo
troni e popoli svegliò:
SU Italiani, al campo, al campo!  CHE la PATRIA CI*  chiamò!

 

Nostre son quest'alme sponde, nostri i floridi sentier: 
l'aria, il cielo, i campi e l'onde ti respingono, o stranier!
 
Farà pago il Dio dei forti
di più secoli il desir:
peggio assai di mille morti, è l’obbrobrio del servir!"

 

*Il testo della canzone di Angelo Brofferio (1866) viene riportato nelle parole in grassetto, così come si presenta nel libro di Benito Mussolini "Vita di Arnaldo". 

Sua Eccellenza, parlando dei propri ricordi di bambino ed ignorandone la provenienza, racconta  di quando Lui e il fratello la cantavano spesso in compagnia della madre.

Non vi sono privilegi, se non quello di

compiere per primi la fatica e il dovere.

NOSTRO ULTIMO RITROVAMENTO:

FREGIO DELLA GIOVENTU' ITALIANA DEL LITTORIO

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